Nicola Bono - Sito Ufficiale

Comunicazione e Giornalismo

Prima di tutto vorrei ringraziare gli organizzatori dell'invito, che mi da l'opportunità di affrontare un tema molto caro al nostro Governo: il rapporto tra pubblico e privato nella riforma del Codice per i beni culturali.
La difficoltà di gestione del patrimonio artistico italiano con le risorse finanziarie attualmente a disposizione è un punto sul quale credo non ci siano divisioni tra gli schieramenti politici. Ci si divide, e qui si è creato l'equivoco sul quale tornerò più avanti, sulle modalità di fronteggiare questo stato di continua e perpetua emergenza e su come farlo divenire un ordinario esercizio di buona amministrazione dell'enorme eredità lasciataci dal nostro straordinario passato, riuscendo possibilmente a esserne degni continuatori.
Il governo si è posto dall'inizio, e continua a porsi oggi, l'obiettivo primario di trasformare il concetto di bene culturale in un fattore propulsivo, capace di attrarre risorse e di innescare processi di sviluppo economico e sociale. Nel passato non abbiamo avuto una politica finalizzata alla risorsa cultura, considerata come elemento capace di avere ricadute economiche e sociali.
Non è un caso che l'art. 33 della finanziaria del 2002, fortemente voluto dal Governo, ha introdotto delle importanti innovazioni prevedendo la possibilità per i privati, per la prima volta, di vedersi affidata la gestione di musei, delle aree archeologiche e paesistiche. Investire in cultura può essere anche un occasione di formidabile rientro economico. Ma si badi bene non sfruttando il bene culturale come una mucca da mungere, ma per l'indotto che esso può creare.
L'azione di governo, al contrario di quanto spesso si è letto sulla stampa, è perfettamente in linea con il dettato costituzionale dell'articolo 9 della nostra Carta. La tutela è sempre stata e rimane la nostra priorità assoluta. Ebbene, in questo senso si sono ampliate le garanzie di tutela del patrimonio artistico e si è dotato il Paese di uno strumento legislativo chiaro. Nel Codice si è mantenuto tutto l'impianto normativo della 1089/39, la legge Bottai, ma rendendo i passaggi amministrativi più snelli e più adeguati alla rinnovata situazione socio-economica dell'Italia.
Detto ciò proprio per facilitare la fruizione si sono messe a punto alcune misure che certamente possono risultare nella prassi italiana inconsuete e spaventare alcuni, ma in realtà sono solo mezzi attraverso i quali ottenere più efficienza e dunque una fruizione più agile. Per quel che riguarda le preoccupazioni espresse da più parti, sono timori non giustificati poiché non esiste nessun atto formale che li possa motivare.
Prendiamo ad esempio la questione dell'alienazione del patrimonio dei beni immobiliari di valore storico-artistico. Prima di tutto c'è da dire che in Italia questo patrimonio è sia pubblico che privato. E credo che un'analisi serena porterebbe a notare come spesso la gestione dei privati abbia garantito, al pari di quella pubblica, la salvaguardia dei beni.
Questo non vuol dire che si debbano cedere i beni statali, ma semplicemente capire che il pubblico e il privato devono collaborare e perseguire lo stesso fine: la tutela e la valorizzazione dei nostri beni storico-artistici.
Per quel che riguarda l'alienazione dei beni storico artistici, ricordo ancora una volta che quando si cominciò a parlarne - prima dell'entrata in vigore del Codice - esisteva il regolamento 283/2000 approntato dal Ministro Melandri per ovviare a una procedura, quella sì, assai rischiosa. Lungi da me voler fare polemiche, ma per dovere di chiarezza vorrei ripercorrere l'iter che ha portato a quel regolamento. La prima norma che ha consentito, seppur inapplicata, la dismissione del patrimonio storico-artistico risale alla Finanziaria Prodi per il 1997. Quella Finanziaria consentiva per la prima volta nella storia legislativa del nostro Paese la possibilità di alienare il patrimonio demaniale. Ma con un aggravante: in quel caso tutto il patrimonio era vendibile, salvo le proprietà di rilevanza culturale, per le quali il Ministero dei Beni culturali poteva opporre diniego con apposita segnalazione. C'era dunque il capovolgimento totale di ciò su cui si discute con toni allarmistici. Verrebbe da dire: altro che silenzio-assenso! Secondo quella norma il Ministero dei Beni culturali aveva la possibilità di intervenire solo a posteriori e solo se lo riteneva. Non si riuscì a vendere nulla, perché la norma era talmente mal concepita da non essere utilizzabile, tanto che fu corretta un paio di anni dopo. Nella Finanziaria D'Alema, quella del 1999, si prevedeva che il patrimonio fosse tutto vendibile tranne quello che veniva indicato come incedibile in un apposito regolamento. Il regolamento non fu redatto e all'inizio del 2000, la nuova Finanziaria introdusse il principio del silenzio-assenso. La legge diceva: in attesa della redazione del regolamento per la vendita di beni culturali, il Ministro dei Beni culturali entro 90 giorni, 90 non 120, deve esprimere parere motivato sulla non cedibilità di un bene ritenuto patrimonio culturale nazionale. Qualora entro i 90 giorni il Ministero dei Beni culturali non si fosse pronunciato, sarebbe subentrato in surroga il Presidente del Consiglio, il quale avrebbe deciso sull'alienabilità. Se questo non è silenzio-assenso, mi chiedo di quel istituto giuridico si tratti. Insomma, contrariamente a quanto si è detto da più parti l'avvio dell'alienazione dei beni demaniali era stato avviato dal Centrosinistra. Peraltro lo ha scritto senza equivoci il professor Salvatore Settis, persona credo politicamente al di sopra delle parti. Noi siamo quindi intervenuti proprio per garantire attraverso norme certe e unitarie sulla materia, l'eliminazione di qualsiasi rischio di alienazioni arbitrarie, aggiungendo anche quel passaggio cui accennavo prima della redazione degli elenchi che non capisco perché viene spesso omesso.
Il paventato rischio di svendite è dunque assolutamente inconsistente. Vi spiego brevemente perché.L'articolo 12 del Codice è stato concepito proprio per prevedere una procedura chiara e senza rischi, secondo la quale la modalità di redazione degli elenchi degli immobili è stabilita da un decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, di concerto con l'Agenzia del demanio e, per gli immobili in uso all'amministrazione della Difesa, con la competente Direzione generale dei lavori e del demanio. Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali fisserà con propri decreti, i criteri e le modalità per la predisposizione e la presentazione delle richieste di verifica, e della relativa documentazione conoscitiva.Dunque tutto è saldamente in mano alla Direzione generale del Ministero per i beni architettonici e il paesaggio.
Il governo, tornando al rapporto pubblico e privato, non ha fatto altro che mettere ordine in un campo assai complesso che fino ad oggi era regolato da una moltitudine di norme a volte in conflitto tra loro. Il Codice dunque rappresenta la summa di tutto ciò che riguarda i Beni Culturali e Paesaggistici. E proprio su questi ultimi siamo arrivati finalmente a considerarli alla pari con gli altri Beni del Paese, prevedendo per la prima volta un intervento del Ministero a monte della definizione dei Piani Paesistici delle Regioni, evitando di dover intervenire solo a cose fatte, facendo la parte dei signor No, ruolo che oltre a rendere difficile ilo governo del territorio non contribuiva certamente a far apparire le nostre strutture periferiche sotto una buona luce, nonostante quasi sempre gli interventi fossero a tutela del paesaggio, e non a danno dello sviluppo.
Peraltro, per tornare al tema del giorno, le nuove opportunità di collaborazione che il Codice dei Beni Culturali apre tra pubblico e privato, possono avere importanti ricadute anche nel campo della comunicazione. Finora la promozione di parti anche importanti del nostro patrimonio era delegata alle strutture statali, già molto gravate di responsabilità. Le quali giustamente hanno ritenuto di doversi cimentare soprattutto nella tutela dei Beni. Ciò ha fatto sì che alcuni nostri tesori non fossero e, tuttora non siano, conosciuti al grande pubblico dei turisti stranieri e, questo è ancor più grave, dei cittadini italiani. Ora, la collaborazione tra imprese, enti e società private e strutture del Ministero, anche nella gestione dei nostri Beni storico-artistici, aprirà un enorme spazio di azione a nuovi soggetti che potranno contribuire a colmare quel divario informativo del quale abbiamo patito finora.

Detto ciò vorrei stabilire se possibile un altro legame tra ciò che ho detto finora e il tema del nostro incontro, tra azione di governo, comunicazione e giornalismo.
Probabilmente, anzi sicuramente, noi non siamo stati bravi nel comunicare la nostra attività di governo. Abbiamo sottovalutato un profondo pregiudizio che albergava e continua ad esser vivo nel senso comune: la destra non difende la cultura e non tutela i Beni culturali. La nostra storia testimonia il contrario, ma tant'è. Tuttavia quando abbiamo fatto dei tentativi di fare chiarezza quasi nessun organo di informazione ha recepito questi tentativi.
Ora non voglio mettere nessun sul banco degli imputati, ma anche chi come il nostro padrone di casa l'ottimo Enzo Cirillo mi ha intervistato sull'argomento ha potuto constatare Suo malgrado quanto lo spazio dedicato alla sua intervista diventasse esiguo. Visto lo spazio dato in precedenza a tutte le opinioni che con fondatezza o in modo del tutto inconsistente si erano espresse contro tutto ciò che faceva il governo, mi aspettavo che quello fosse per così dire il nostro turno per manifestare chiaramente le nostre intenzioni. Comunque ringrazio Cirillo, E'stato tra i pochi che si sono preoccupati di sentire la campana governativa.
Ora, io pongo un problema senza avere la soluzione in tasca. Lo propongo a questo uditorio affinché diventi uno spunto di discussione: cosa si deve fare quando esiste un pregiudizio come quello che descrivevo prima? E badate bene io non credo che ci sia del dolo. Nella maggior parte dei casi è semplicemente, come dicevo, un semplice pregiudizio. Eppure esiste. In altre parole molti operatori della comunicazione ritengono impossibile che il centrodestra possa fare qualcosa di positivo per la cultura italiana e per il nostro patrimonio artistico.
E ancora spesso ho visto riportate su molti giornali opinioni di esponenti dell'opposizione totalmente inventate. Ne ricordo una in particolare del senatore Turroni. Diceva:Ora la Destra svenderà tutte le collezioni dei nostri musei. Ecco di fronte ad una falsità tale il Codice definisce tali collezioni assolutamente inalienabili in toto e nei singoli pezzi  come si può rispondere? O meglio, una volta pubblicata una tale calunnia è inutile e lo dico perché lo abbiamo fatto sempre replicare sperando di ricevere lo stesso spazio. La falsità, come si dice in gergo, fa titolo, la precisazione, quando va bene, rientra nel corpo di un articolo.
Concludo qui il mio intervento fiducioso che appuntamenti come questo contribuiscano a ristabilire un equilibrio del quale credo si gioverebbe prima di tutto il sano confronto, e anche il leale scontro politico. Grazie ancora agli organizzatori dell'invito.

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