Nicola Bono - Sito Ufficiale

22/09/2013

COMMENTO DELL'ON. BONO SUL DOCUMENTO DEL GOVERNO PER LA COMPETITIVITÀ.

L'instabilità politica è diventata per Letta la foglia di fico con cui nascondere tutte le vergogne di un governo incapace di affrontare fattivamente i temi dello sviluppo.

“L'instabilità politica” è diventata per Letta la foglia di fico con cui nascondere tutte le vergogne di un governo incapace di affrontare fattivamente i temi dello sviluppo.
Così ha dichiarato l'On. Nicola Bono davanti all'esternazione del Presidente del Consiglio che, come un disco rotto, a fronte dell'ennesima debàcle dei conti pubblici, non ha trovato di meglio che puntare l'indice sulla instabilità, piuttosto che avviare una seria riflessione sulla reale validità delle strategie di politica economica adottate dal governo da lui presieduto.
Impegnato come non mai in questo esercizio quotidiano di prestidigitazione, l'On. Letta somministra con sapienza preoccupazioni sulle conseguenze derivanti dal temuto trionfo dell”instabilità”, alternandole con guizzi di ottimismo di maniera, quasi sempre senza fondamento alcuno.
L'ultimo di tali guizzi di ottimismo è legato al documento per la competitività e cioè ad un manifesto di buone intenzioni, privo del benché minimo riferimento ad azioni e misure concrete, degne di un confronto in conferenza e non di un governo che, appunto come tale, non esterna ma semmai, agisce.
Un documento che in una situazione come quella in cui versa il Paese, assume davvero una valenza Kafkiana, perché appare quasi come un esercizio di outing da parte di un gabinetto che invece di fare, comunica la sua opinione circa l'opportunità di assumere decisioni che avrebbe già il potere, e il dovere di effettuare.
C'è davvero da restare basiti sul fatto di assistere al varo di un documento che in 35 misure spiega come rilanciare lo sviluppo, che è il punto fondamentale del programma di governo, da realizzare sin dalla sua formazione.
Ma appare ancora di più sbalorditivo che il documento punti a individuare le misure per ridare competitività all'Italia, rispetto al resto del mondo. Allora si che viene da piangere, perché non si può non chiedersi se finora il governo non si era mai posto tale obbiettivo? E allora come pensava di rilanciare l'economia e lo sviluppo? E soprattutto, oltre alle bellissime e non tutte condivisibili riflessioni, quali azioni? E quando?
Nessun indizio sui modi e sui tempi, in compenso alcuni passaggi del documento è obbligatorio riprenderli e valutarli.
Il primo obbiettivo del Piano è, nientedimeno, l'impegno a produrre regole chiare e stabili nel tempo.
Personalmente se fossi un investitore straniero sarei estremamente preoccupato di tale dichiarazione, ma come italiano sarei davvero curioso di sapere chi ha impedito finora che tale regola fosse ignorata.
Ma il documento non si ferma all'affermazione di principio, bensì indaga in quali settori ciò sarebbe necessario e qui emerge il Fisco, per il quale vengono teorizzati la stipula di accordi per una tassazione certa per 5 anni, per i nuovi investimenti, ed inoltre un testo unico del lavoro, finalmente traducibile in inglese.
Chissà come si rivolteranno nella tomba tutti quegli insigni giuristi e sindacalisti, che hanno prodotto, oggi si scopre grazie a Letta, una marea di testi non solo di difficile applicazione, ma addirittura intraducibili in inglese.
E poi ancora la conferenza di servizi, riesumata a scopo di annullare la micidiale polverizzazione delle competenze amministrative, ed infine la “perla” dello sforzo di analisi e proposta governativa, e cioè la costituzione di “Destinazione Italia” e cioè dell'Agenzia deputata alla ricerca di capitali stranieri e all'accompagnamento degli investitori esteri nel nostro Paese.
Peccato che questo lavoro lo avrebbe dovuto svolgere sin dalla sua costituzione INVITALIA, e prima ancora “Sviluppo Italia”, con un consuntivo nel ventennio totalmente fallimentare. Perché, dunque, senza che nessuno abbia mai spiegato perché tutte le strategie di attrazione di investimenti esteri siano sempre miseramente fallite, di colpo “Destinazione Italia” ne dovrebbe attrarre addirittura per circa un miliardo di euro? In cosa sarebbe diversa dai fallimentari soggetti che l'hanno preceduta?
Ma soprattutto una domanda, perché le semplificazioni amministrative, sul lavoro e sul fisco, l'accompagnamento per gli investimenti, le conferenze di servizi, vengono pensate unicamente a beneficio degli investitori esteri, e quindi quali misure speciali, piuttosto che avviare una stagione di radicali riforme che riguardino l'intero sistema economico nazionale, venendo finalmente incontro agli italiani, che chiedono solo di essere messi in condizione di competere ad armi pari nell'economia globalizzata?
Se è vero che la competitività è propedeutica allo sviluppo, non saranno le leggi speciali per attrarre capitali stranieri a rilanciare il Paese, ma esclusivamente l'adozione di leggi ordinarie di liberalizzazione dalle innumerevoli nicchie di protezionismi vari che vincolano e bloccano il Paese, e lo stringono in una morsa di lacci e lacciuoli che è alla base del declino economico e sociale.
Ma tutto ciò sempre in astratto, perché fino a quando avremo un governo sognante e non agente, mancherà, come è stato finora, il principale interlocutore.

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