Nicola Bono - Sito Ufficiale

Intrvista sul novo Codice

Intervista dell'on. Bono sugli aspetti principali riguardanti il nuovo codice dei Beni Culturali:

Onorevole Bono, cosa è cambiato con il nuovo codice nel procedimento di alienazione degli immobili pubblici?
Ovviamente credo Lei si riferisca agli immobili per i quali possa esserci un presupposto interesse storico-artistico. Ebbene, si sono ampliate le garanzie di tutela del patrimonio artistico e si è dotato il Paese di uno strumento legislativo chiaro. Si è mantenuto tutto l'impianto normativo del Testo unico 490/99 e quindi della 1089/39, la legge Bottai, ma rendendo i passaggi amministrativi più snelli.
Quali sono le garanzie per impedire il rischio di una svendita di immobili di pregio o ricchi di significato storico-culturale?
Il paventato rischio di svendite è assolutamente inconsistente. Le spiego perché. L'articolo 12 del Codice è stato concepito proprio per prevedere una procedura chiara e senza rischi, secondo la quale la modalità di redazione degli elenchi degli immobili è stabilita da un decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, di concerto con l'Agenzia del demanio e, per gli immobili in uso all'amministrazione della Difesa, con la competente Direzione generale dei lavori e del demanio. Il Ministero fisserà con propri decreti, i criteri e le modalità per la predisposizione e la presentazione delle richieste di verifica, e della relativa documentazione conoscitiva.Dunque tutto è saldamente in mano alla Direzione generale del Ministero per i beni architettonici e il paesaggio.
 Le associazioni ambientaliste sostengono che le Sovrintendenze rischiano di non poter rispettare i termini di 120 giorni per carenze di organico e per la complessità di alcune istruttorie.Vi risultano insufficienti dotazioni di personale e se sì in particolare in quali aree?
Guardi,i problemi di organico purtroppo riguardano quasi tutti i settori di competenza del MiBAC. Purtroppo la congiuntura economica non ci ha finora consentito di avviare quegli investimenti su nuove risorse umane dei quali la struttura avrebbe bisogno. Detto ciò sono certo che - contrariamente a quanto si dice e si paventa, non sempre in modo disinteressato - la scrematura prevista a monte, di cui le dicevo prima, farà sì che le richieste di parere non saranno così tante da mettere in crisi le Soprintendenze. Comunque qualora ci fosse bisogno di un supplemento d'indagine la Soprintendenza può sempre emettere un parere negativo, poiché è assenso se c'è silenzio, ma altrimenti è diniego, magari preventivo ma che comunque blocca i termini di alienazione.
A indirizzare la procedura di dismissione sarà in particolare il vostro decreto (di concerto con l'Agenzia del Demanio e il ministero della Difesa) che dovrà dire come formare gli elenchi dei beni su cui scatterà la verifica dell'interesse culturale e le schede descrittive. Quali garanzie sono previste nel decreto in preparazione per evitare che attraverso elenchi sommari e schede poco dettagliate si rallenti il lavoro della Sovrintendenza con il rischio che scatti il silenzio assenso?
Come le ho già detto se silenzio non sarà non scatterà alcun assenso. Comunque, se la Direzione generale per i beni architettonici e il paesaggio del Ministero elaborasse elenchi sommari andrebbe contro se stessa e la sua ragion d'essere. La storia testimonia della serietà e della competenza dei nostri dirigenti e sono certo che questa sarà un'ulteriore occasione per confermare e rafforzare la meritata credibilità che hanno avuto fino ad oggi.
Il Regolamento 283/2000 già indicava una procedura per la vendita degli immobili pubblici vincolati che prevedeva l'invio alle Sovrintendenze regionali di elenchi di immobili di proprietà per le valutazioni sulla possibile vendita e questi elenchi stavano ormai arrivando. Da quale esigenza è nata la necessità di bloccare questa procedura e di ripartire da zero?
Non si riparte da zero. Il lavoro svolto sarà pienamente utilizzato. Tuttavia il regolamento 283/2000 era stato approntato dal Ministro Melandri per ovviare a una procedura, quella sì, assai rischiosa. Lungi da me voler fare polemiche, ma per dovere di chiarezza vorrei ripercorrere l'iter che ha portato a quel regolamento. La prima norma che ha consentito, seppur inapplicata, la dismissione del patrimonio storico-artistico risale alla Finanziaria Prodi per il 1997. Quella Finanziaria consentiva per la prima volta nella storia legislativa del nostro Paese la possibilità di alienare il patrimonio demaniale. Ma con un'aggravante: in quel caso tutto il patrimonio era vendibile, salvo le proprietà di rilevanza culturale, per le quali il Ministero dei Beni culturali poteva opporre diniego con apposita segnalazione. C'era dunque il capovolgimento totale di ciò su cui si discute con toni allarmistici. Verrebbe da dire: altro che silenzio-assenso!
Secondo quella norma il Ministero dei Beni culturali aveva la possibilità di intervenire solo a posteriori e solo se lo riteneva. Non si riuscì a vendere nulla, perché la norma era talmente mal concepita da non essere utilizzabile, tanto che fu corretta un paio di anni dopo. Nella Finanziaria D'Alema, quella del 1999, si prevedeva che il patrimonio fosse tutto vendibile tranne quello che veniva indicato come incedibile in un apposito regolamento. Il regolamento non fu redatto e all'inizio del 2000, la nuova Finanziaria introdusse il principio del silenzio-assenso. La legge diceva: in attesa della redazione del regolamento per la vendita di beni culturali, il Ministro dei Beni culturali entro 90 giorni, 90 non 120, deve esprimere parere motivato sulla non cedibilità di un bene ritenuto patrimonio culturale nazionale. Qualora entro i 90 giorni il Ministero dei Beni culturali non si fosse pronunciato, sarebbe subentrato in surroga il Presidente del Consiglio, il quale avrebbe deciso sull'alienabilità. Se questo non è silenzio-assenso, mi chiedo di quel istituto giuridico si tratti. Insomma, contrariamente a quanto si è detto da più parti l'avvio dell'alienazione dei beni demaniali era stato avviato dal Centrosinistra. Peraltro lo ha scritto senza equivoci il professor Salvatore Settis, persona credo politicamente al di sopra delle parti. Noi siamo quindi intervenuti proprio per garantire attraverso norme certe e unitarie alla materia, l'eliminazione di qualsiasi rischio di alienazioni arbitrarie, aggiungendo anche quel passaggio cui accennavo prima della redazione degli elenchi che non capisco perché viene spesso omesso.
Sempre il regolamento 283 prevedeva nell'autorizzazione ad alienare il bene demaniale la cosiddetta clausola risolutiva espressa ovvero la possibilità di bloccare tutto e di far ritornare il bene allo Stato qualora non venissero rispettati i criteri e la destinazione d'uso imposti nell'autorizzazione. Perché questo meccanismo di salvaguardia non è stato mantenuto?
Come le ho detto il 283 partiva da una logica diversa e prevedeva la valorizzazione del bene da alienare, sul quale però permaneva comunque un interesse storico-artistico. Noi prevediamo che in presenza di interesse storico-artistico il bene non si possa alienare. Direi che il meccanismo è assai più restrittivo e garantisca di più il nostro patrimonio. Peraltro, anche per i beni già in possesso di privati l'apparato previsto dalla Sezione dedicata alle misure di protezione, prevede misure molto severe per chi non conservasse il bene secondo il dettato della Soprintendenza. 
Ritiene che l'attuale dicotomia tra pianificazione e autorizzazioni paesistiche da un lato e pianificazioni e autorizzazioni urbanistiche dall'altro possa essere superata da questo Codice e in particolare dall'avere delegato alle Regioni i compiti di pianificazione paesistica?
Anche su questo c'è un equivoco. La delega alle Regioni sulla pianificazione territoriale e paesistica risale a un Dpr del 5 gennaio 1972, col quale si devolveva la competenza prevista dalla 1497/39, la sorella della 1089/39 per quel che riguarda il paesaggio. Dunque anche su questo non capisco cosa si voglia imputare a noi. Al contrario, per quel che riguarda la dicotomia tra pianificazione e autorizzazioni, credo che il Codice sia risolutivo poiché prevede il coinvolgimento della Soprintendenza regionale nella redazione dei Piani e dunque si evita a monte ciò che fino a oggi faticosamente, e solo sul piano della legittimità e non del merito, si negava a valle.
 Alle Regioni è stato attribuito un forte ruolo nella pianificazione paesistica dell'intero territorio regionale e non solo delle zone vincolate. Sono preparate e hanno organici e strumenti sufficienti? E in caso di inadempienze, dopo quattro anni cosa può fare il Ministero?
Visto che la competenza è ormai trentennale ritengo che gli organici delle Regioni siano adeguati. Comunque ribadisco che i piani saranno redatti d'intesa con il nostro Ministero. La seconda parte della sua domanda credo facesse riferimento ai poteri sostitutivi della cosiddetta legge Galasso. Anche su questo mi pare ci sia qualche equivoco. Il Codice prevede, lo ripeto, la redazione d'intesa. Ma qualora questa intesa non ci fosse la Regione, comunque, non potrà violare i vincoli già esistenti. In altre parole, o il piano sarà fatto insieme oppure continuerà a valere la Galasso.

LECCE CITTA' D'ARTE
Turismo Culturale e Nuova Imprenditorialità

L'obiettivo del convegno, di portare all'attenzione del Paese le concrete possibilità di crescita del territorio attraverso la promozione delle sue risorse culturali e paesaggistiche, la valorizzazione dei suoi sapori, la conoscenza delle sue tradizioni e il conseguente inserimento nel circuito turistico nazionale, è da me pienamente condiviso.
Lecce è una città che attrae per l'unicità del suo barocco,per i suoi prodotti, per il suo paesaggio ed è quindi un luogo ideale per riflettere sulle potenzialità che le nostre città offrono per lo sviluppo del turismo culturale, che può diventare il volano dell'economia del Paese.
L'Italia è il luogo più conosciuto al mondo per storia e patrimonio artistico. Il turista sceglie il nostro Paese non solo per i monumenti artistici e storici, ma anche per vivere una realtà, un sistema di vita che si è sedimentato nei secoli, fatto di tradizioni popolari, sapienza artigianale e ricchezza enogastronomica.
La peculiarità dell'offerta turistica italiana è l'inscindibilità del suo patrimonio culturale, materiale e immateriale, con il suo territorio.
Ma per affrontare la sfida dell'economia globalizzata,c'è la necessità di fare sistema impresa, operatori, amministratori e referenti istituzionali devono, dobbiamo, operare in maniera congiunta e sinergica.
Ci sono degli strumenti che, se ben utilizzati, possono venirci in aiuto: la legge quadro sul turismo, la numero 135 del 2001,che ha fornito lo strumento operativo costituito dal Sistema Turistico Locale non ha avuto ancora piena attuazione. Viceversa, il Sistema Turistico Locale è il mezzo più adatto, oltre che più moderno, per costruire una politica per lo sviluppo fondata sul turismo culturale e per concretizzare un'aspirazione che, finora, è stata solo enunciata nelle campagne elettorali e nei convegni, ma mai realizzata. 
Tra le varie iniziative assunte dal Governo, per collegare la ricchezza culturale italiana col turismo. è stata costituita di recente, presso il Ministero per i beni e le attività culturali, una Commissione Consultiva per la redazione dei piani di gestione dei siti UNESCO e per il monitoraggio dei Sistemi Turistici Locali, con il compito di fornire ai siti che hanno ottenuto il prestigioso riconoscimento l'ausilio di competenze tecniche anche nel campo del marketing, e per favorire la piena attuazione della legge quadro sul turismo attraverso l'adozione dei Sistemi Turistici Locali di cui ho appena fatto cenno.
Per coordinare l'attività del governo nel settore del turismo culturale è stato istituito, inoltre,un organismo interministeriale, una sorta di CIPE del turismo attraverso tale il quale sarà più agevole capire le priorità degli interventi pubblici anche infrastrutturali da attuare. Il tavolo consentirà alle diverse entità che ne fanno parte - Attività produttive, Beni e attività culturali, Infrastrutture e trasporti, Ambiente, nonché Regioni, Province e Comuni - di confrontarsi sulle scelte da compiere, coordinando i diversi interventi e mettendo fine, una volta per tutte, a quel nefasto frazionamento di azioni che hanno relegato la politica turistica ad argomento di propaganda elettorale anziché elemento trainante dell'economia del Paese.
Il Governo si è posto come obiettivo di trasformare il concetto di bene culturale in un fattore propulsivo, capace di attrarre risorse e di innescare processi di sviluppo economico e sociale, sarà un processo che richiederà un'assidua opera di sensibilizzazione ed il costante impegno di tutti i soggetti coinvolti ma il Paese potrà trarne consistenti e concreti benefici.

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