Testo corretto intervento On. Nicola Bono
Convegno “Patto per il Sud” – Reggio Calabria 19-20 ottobre 2002
Nicola Bono
Uno dei peggiori difetti che abbiamo ereditato dal vecchio sistema politico e che sembrava in un primo momento che eravamo riusciti in maniera efficace a contrastare, era quello di evitare di concentrare le politiche economiche tutte all'interno della legge finanziaria. Purtroppo con la legge di quest’anno non siamo riusciti ad evitare l’errore e, conseguentemente, anche nel dibattito di oggi non potevamo non parlare della finanziaria, con tutte le conseguenze che ciò comporta e le strumentalizzazioni da parte dei nostri avversari, per quanto riguarda soprattutto gli effetti delle misure economiche nel Mezzogiorno. Accuse in larga misura false, ma che sono inevitabili quando si rinuncia a fare programmazioni serie di carattere economico, che si realizzano unicamente con provvedimenti singoli, piuttosto che con emendamenti disarticolati introdotti nel calderone della finanziaria, oltretutto creando anche problemi di comunicazione. Basti pensare al caso del Fondo Unico per gli incentivi. La soluzione che è stata trovata è ottimale però, obiettivamente, cari amici di Alleanza Nazionale, si tratta di una pezza, non certo della soluzione del problema. Occorre, infatti, partire da una considerazione e cioè che gran parte degli incentivi esistenti sono inefficaci! Alcuni sono inutili, altri sono perfino dannosi. Al CIPE, e ne è testimone il Segretario del CIPE Baldassarre, avevo personalmente posto il problema di fare una riflessione sull'utilità degli strumenti esistenti per sfoltirli e, soprattutto, per valutarne l’efficacia e, quindi, il mantenimento o meno. Questa proposta è stata accolta, anche se non è stata ancora eseguita, perché gli uffici stanno preparando l'istruttoria. Allora cos'è il Fondo Unico che gestisce questi incentivi, se non un modo per glissare l'aspetto del cattivo funzionamento di alcune provvidenze e per aumentare gli effetti del presunto o effettivo buon funzionamento di altre? Ma il Fondo Unico arriva alla fine di un percorso, è quasi la presa d'atto di un meccanismo che già preesiste. L'elemento che in un convegno come questo è utile approfondire, perché serva anche d'indirizzo alla responsabilità di Governo, è capire di quali strumenti ha bisogno il Mezzogiorno. Perché è verissimo che il Mezzogiorno ha avuto e ha risorse in larga misura che non riesce ad utilizzare e a spendere; anche i fondi UE seguono questo meccanismo perverso d'incapacità di spesa. E allora interroghiamoci del perché non hanno funzionato alcuni strumenti. Non hanno funzionato perché quello che manca è il sistema di riferimento degli incentivi nel Mezzogiorno. A quale ipotesi di sviluppo sistematica si è mai pensato? Prendete ad esempio i patti territoriali. I patti territoriali sono la sommatoria di una serie di progetti aziendali che spesso, anzi quasi sempre, mancano di un'anima e quindi di una visione organica dello sviluppo di un territorio. Lo stesso dicasi per i contratti d'area. Poi non è affatto indifferente il meccanismo degli incentivi automatici rispetto a quelli mirati o, se preferite, discrezionali. A tal proposito ho la sensazione, quando parliamo di incentivi per il Mezzogiorno, di rivedere l’attuazione pratica di quella famosa battuta che consisteva nella domanda: come fanno l'amore due ricci? E la risposta era: con attenzione, con molta attenzione! Cioè, quando tocchiamo il tema degli incentivi discrezionali, lo facciamo come se stessimo trattando un oggetto pericoloso, come se si trattasse di un ordigno che può scoppiarci in mano e quindi più che stare attenti alla sua utilità, ci si preoccupa di evitare conseguenze spiacevoli. Ma ci rendiamo conto che per esempio gli incentivi automatici non consentono di fare filiera e di fare distretto, questo l'ha detto mai qualcuno? Ci rendiamo conto che la discrezionalità, tanto vituperata in tempi di prima Repubblica, e sappiamo bene perché, comunque è l'anima di una politica di sviluppo, perché la erogazione mirata e ragionata dell’utilizzo di un incentivo è alla base di qualunque ipotesi di crescita armonica delle potenzialità di sviluppo di qualunque territorio? E allora ben vengano gli Stati generali, sono assolutamente d'accordo con l'amico Alemanno, però andiamoci con delle proposte che ci consentano una buona volta di uscire dalle nebbie di un modo di operare nel Mezzogiorno che si basa su un meccanismo ormai usurato: da un lato la richiesta di sempre maggiori risorse, che poi in larga misura non vengono spese, dall’altro di una pletora di meccanismi, di sigle, di sottosigle, di istituti e provvidenze, quasi tutti automatici, che creano una confusione bestiale, da cui gli operatori non riescono a districarsi. Perché ho voluto fare questa introduzione io, che sono ai Beni Culturali? Perché l’esperienza di Governo ai Beni Culturali al contrario si è basata sulla ricerca di introdurre elementi di sistema. Siamo partiti da una considerazione: l'immenso patrimonio culturale italiano non ha quasi nessuna ricaduta in termini economici e sociali, pur essendo ormai abusato in tutti i dibattiti, in tutti gli incontri, in tutti gli approfondimenti di carattere politico e istituzionale il tema che noi siamo la nazione a più alta concentrazione di beni culturali e che, quindi, di fatto, dovremmo essere un paese turisticamente più sviluppato e dovremmo avere, appunto, un maggiore beneficio da questo patrimonio. La considerazione che si è fatta è quindi che se c'è oggettivamente una situazione che non ha prodotto effetti, questa dipende da una incapacità di individuare un meccanismo di utilizzo di questi beni, e quindi abbiamo incentrato l’attenzione sulla ideazione di questo meccanismo. In primo luogo, abbiamo introdotto nella finanziaria l'art. 33, relativo alla gestione privata di musei, aree archeologiche, aree paesistiche per creare le condizioni per introdurre elementi di gestione privata all'interno dei Beni Culturali e determinare attrazione di investimenti e, abbiamo, nella finanziaria di quest'anno, introdotto una norma estremamente significativa, direi quasi rivoluzionaria, e cioè di assegnare ai Beni culturali il 3% del valore di ogni opera pubblica finanziata dallo Stato, il che vuol dire che si andrà a raddoppiare addirittura le risorse per i Beni Culturali e quindi per le opere di tutela, di restauro e di consolidamento del nostro immenso patrimonio culturale. Ma, soprattutto, abbiamo individuato nel “Sistema Turistico Locale” lo strumento per mettere a regime territori omogenei per politiche di sviluppo basate sui beni culturali, che non sono solo quelli materiali, il castello, la chiesa barocca, l'area archeologica o le vestigia greco-romane o etrusche, bensì anche i beni culturali immateriali, e cioè le tradizioni popolari, gli usi e costumi nonché i beni eno-gastronomici. Perché è certamente un bene culturale anche quel determinato tipo di formaggio, quel determinato tipo di vino, quel determinato tipo di prodotto che viene fatto solo in quel determinato territorio. E il “Sistema Turistico Locale”, se ci pensate, altro non è che una forma di competizione tra territori, quindi una forma di marketing territoriale. Questo strumento è già operativo: è la legge 135 del 2001 che abbiamo costruito dall'opposizione e che abbiamo oggi come strumento operativo da offrire soprattutto alle realtà locali. Gli amministratori locali delle centinaia di città e territori anche governati dalla destra, hanno uno strumento in più per poter fare finalmente “sistema”. Non quindi una vuota sigla, ma un modo nuovo per intervenire materialmente nella capacità di realizzare una strategia per attirare gli investimenti. Spesso mi capita, avendo la delega al Turismo culturale, di partecipare a convegni in cui gli oratori si sforzano di coniare lo slogan più adatto per motivare il perché in quella zona in cui si tiene il convegno è necessario incentivare lo sviluppo turistico, poiché automaticamente frotte di turisti non avrebbero più motivi per non venire. C'è chi elenca le vestigia storiche e c'è chi appunto cerca di individuare varie chiavi di attrazione. I politici non devono fare i “tour operator”, né le agenzie di pubblicità, ma creare le condizioni per attirare i veri soggetti che sono interessati a questo scopo. Quindi i convegni sul turismo non si fanno per i turisti, ma si fanno per gli investitori, si fanno per creare le condizioni perché gli investitori vengano a realizzare le infrastrutture che sono alla base dello sviluppo. La legge 135/2001 che propone tutto ciò però non opera, malgrado alle regioni sono già state assegnate le risorse da poche settimane perché, soprattutto, non sono stati istituiti, in nessuna parte d'Italia, i “Sistemi Turistici Locali”, che sono delle Società per Azioni miste, pubblico-private finalizzate a questo scopo. Anzi, rettifico, se ne è costituita una sola, a Lecce e l'andremo a presentare con l’On. Poli Bortone a giorni alla stampa e quindi alla potenzialità degli investitori. Questo è fare sistema, e cioè vuol dire realizzare una delle chiavi fondamentali che devono guidarci per le politiche meridionali, per l'individuazione di un percorso che finalmente deve modernizzare l’approccio culturale con cui un partito come il nostro, con le responsabilità di Governo che ha, si deve attrezzare nei confronti dei problemi legati allo sviluppo.