Nicola Bono - Sito Ufficiale

Intervento a "Gulliver"

Credo che il dibattito abbia introdotto alcuni temi estranei al tema previsto per questa giornata. Cercherò di ritornare in argomento e, a costo di scontentare qualcuno, non entrerò nel merito della legge Gasparri, poiché ad essa si dovrebbero dedicare specifici incontri di approfondimento, di analisi e di valutazione.
Vorrei solo ricordare en passant che la scadenza del 2006 per il digitale era stata dettata da una decisione del governo Amato, per cui la Gasparri non ha fatto altro che ratificare le scelte compiute dal precedente governo.
Senza entrare nel merito cito quest'aspetto solo per dare prova di una continuità amministrativa, spesso taciuta a vantaggio di una visione che esaspera le differenze e i contrasti. A questo proposito voglio citare un altro caso pocanzi citato da altri: il silenzio-assenso delle Soprintendenze sull'alienazione di immobili del Demanio. Anche su questo l'attuale governo non ha inventato nulla. La prima norma che ha consentito, seppur inapplicata, la dismissione del patrimonio storico-artistico risale alla finanziaria Prodi del 1996. Quella Finanziaria, che ovviamente entrò in vigore nel 1997, consentiva per la prima volta nella storia legislativa del nostro Paese la possibilità di alienare il patrimonio demaniale. Ma con un' aggravante:in quel caso tutto il patrimonio era vendibile, salvo le proprietà di rilevanza culturale, per le quali il Ministero dei Beni culturali poteva opporre diniego con apposita segnalazione. C'era dunque il capovolgimento totale di ciò su cui si discute con toni apocalittici oggi. Altro che silenzio-assenso!
Secondo quella norma, che introduceva lo ripeto il principio della vendita del patrimonio demaniale, culturale o meno, il Ministero dei Beni culturali aveva la possibilità di intervenire solo a posteriori e solo se lo riteneva. Non si riuscì a vendere nulla, perché la norma era talmente mal concepita da non essere utilizzabile, tanto che fu corretta un paio di anni dopo. Sempre in una Finanziaria, quella del 1999, si prevedeva che il patrimonio fosse tutto vendibile tranne quello che veniva indicato come incedibile in un apposito regolamento. Il regolamento non fu redatto nel 1999, e all'inizio del 2000, la Finanziaria D'Alema, introdusse, udite bene, il principio del silenzio-assenso. La legge diceva: in attesa della redazione del regolamento per la vendita di beni culturali, il Ministro dei Beni culturali entro 90 giorni, 90 non 120, deve esprimere parere motivato sulla non cedibilità di un bene ritenuto patrimonio culturale nazionale. Qualora entro i 90 giorni il Ministero dei Beni culturali non si fosse pronunciato, sarebbe subentrato in surroga il Presidente del Consiglio, il quale avrebbe deciso sull'alienabilità! Se questo non è silenzio-assenso, invito chiunque a chiarirmi di cosa si tratti, perché se l'organo competente non si pronuncia entro 90 giorni avendo a disposizione gli uffici territoriali, soprintendenze, competenze tecniche per accertare e stabilire se un immobile sia di rilevanza particolare e quindi non vendibile, come avrebbe potuto farlo efficacemente il Presidente del Consiglio, decorsi i 90 giorni, non avendo le strutture e le competenze? Oltretutto avendo concepito la legge esattamente con l'intento così vituperato di recuperare risorse,far cassa come dicono con sdegno oggi i nostri detrattori più accaniti.
Come vedete quando si vuole far polemica, ad esempio sul silenzio-assenso, è facile: basta travisare la lettera di un provvedimento e presentarlo come ciò che non è. Il Governo, al contrario di quanto taluni hanno detto e scritto, ha voluto fare chiarezza e dare certezza del diritto, affinché nessuno possa vendere alcunché senza le dovute procedure. Essendo oggi tra persone di cinema posso dire che il governo è stato definito come Totò che voleva vendere la Fontana di Trevi all'americano di passaggio. A parte tutto, l'esempio era anche sbagliato perché chi ricorda quel film, Totò vendeva o tentava di vendere la Fontana di Trevi non in quanto bene culturale ma in quanto bene produttore di reddito faceva all'americano il conto: tante monetine al giorno, puoi ammortizzare l'acquisto in X tempo. Comunque in conclusione vi dico che il silenzio-assenso riguarderà una strettissima categoria di beni demaniali, alcuni dei quali possono avere suscettibilità di rilevanza di bene culturale e per quelli ci sarà il pronunciamento entro 120 giorni delle sovrintendenze che dovranno attestare o la inalienabilità ovvero dovranno dire che sono cedibili indicando la destinazione d'uso. Cioè dicendo ciò che può essere fatto in quei beni e ciò che non può essere fatto.
Chiusa questa parentesi, che purtroppo si è rivelata più lunga di quanto pensassi, entro nel merito del nostro incontro.
Io condivido il taglio che si è dato a questo convegno: sul fare, sul produrre, sul leggere il cinema in Italia. Soprattutto il leggere. Credo non sia questa la prima volta che mi esprimo a favore dell'introduzione della cinematografia come materia di studio nelle scuole. La stessa cosa la penso per quanto riguarda il teatro e tutte le altre attività musicali. Esiste una distonia inaccettabile tra la storia di un popolo che ha creato attività culturali che sono esempio e ispirazione per tutto il mondo e l' impossibilità di goderne per la stragrande maggioranza dei cittadini, i quali - non essendo educati a vedere un film, a leggere un libro o a capire un'opera d'arte - non riescono ad apprezzarne il valore. Questo è uno dei motivi della mancata crescita di partecipazione alle attività culturali.
Ma credo si possa fare molto. Il Giffoni film festival è un esempio da seguire e ritengo si debba trovare il modo di portare simili esperienze nell'ambito scolastico.

Sulla proposta di modifica della legge per il cinema del governo dal festival di Venezia in avanti c'è già stato un vivo dibattito. Vorrei soltanto ribadire che, sia questa legge sia la riforma della Biennale, sulla quale mi soffermerò più avanti, sono provvedimenti sui quali il governo, pur avendo avuto una delega da parte del Parlamento, è aperto a ricevere tutti i suggerimenti di modifica e le critiche costruttive che arriveranno. Certamente l'ossatura rimarrà quella che conoscete, con una priorità: la semplificazione delle procedure. Non voglio comunque continuare sulla legge del cinema perché ci saranno presto novità. Si è aperto il dibattito in Commissione cultura alla Camera e credo che anche da parte dell'opposizione verranno certamente contributi importanti. Da parte del Governo ci sarà e c'è la volontà di apportare dei correttivi.
E vengo ora al decreto legislativo sulla Biennale di Venezia. Innanzitutto vorrei precisare che la riforma ci è stata espressamente richiesta dal Cda della Biennale. Più volte il presidente della Biennale ha mandato note, richieste, lettere e sollecitazioni al Ministero per sollevare essenzialmente tre questioni che erano: la mancanza di un coordinamento manageriale, e cioè l'assenza di una figura che fosse dotata di poteri per poter gestire in maniera manageriale l'ente; l'abolizione di una confusa normativa sul patrimonio che impedisce alla direzione della Biennale perfino di presentarsi per poter ottenere un'apertura di credito finanziario da una banca, e infine la composizione del consiglio di amministrazione che non prevedendo la presenza dei privati disincentiva le imprese a investire nell'Istituzione, riducendo gli interventi esterni a incentivi instabili e legati ai singoli eventi.
Tre questioni fondamentali che sono state e sono l'anima del provvedimento. Per quanto riguarda la prima questione, mancanza di un manager, abbiamo istituito il direttore generale che finalmente coprirà il ruolo e la figura che mancava. Per quanto riguarda la questione del patrimonio: abbiamo istituito il patrimonio immobiliare della Biennale, per cui d'ora in poi sarà possibile ottenere risorse aggiuntive.
Per quanto riguarda la composizione del Cda, abbiamo stabilito che ne faranno parte il presidente della Regione, il presidente della Provincia, il sindaco di Venezia, in qualità di vicepresidente, mentre c'erano i loro delegati. Ovviamente rimarrà la facoltà di delegare, ma abbiamo voluto dare un segnale forte del legame dell'Istituzione al territorio. Inoltre abbiamo introdotto i componenti del consiglio di amministrazione che rappresenteranno i privati. Si è sempre detto: c'è una difficoltà di coinvolgimento dei privati nella gestione della fondazione. Sfido, io. Il privato doveva mettere i soldi, doveva fare tutte le attività di sostegno e non aveva voce in capitolo perché non era prevista la sua presenza.
Cos'è che ha creato allora disagio, confusione e difficoltà? E' inutile giraci intorno: è stata l'istituzione della consulta scientifica, salutata come un attentato all'autonomia, una forma di prevaricazione, un tentativo di fare entrare la politica nella gestione della Biennale, e tante altre osservazioni di questo tipo. Su questo il governo è nelle condizioni di poter rivedere la sua posizione. Non è un punto su cui si costruirà una linea Maginot.
Però intendiamoci su quale era ed è stato fino a stamattina l'intendimento: lo Stato italiano eroga qualche decina di milioni di euro a sostegno di attività di alcuni meritevoli enti che a volte rischiano di sovrapporsi creare dei doppioni. La consulta altro non era che un luogo di confronto e di coordinamento delle attività di tutte le istituzioni che agiscono negli stessi settori.Il fatto di averla individuata e collocata all'interno della Biennale era proprio perché  come diceva Vita e io lo condivido - la Biennale ha un suo prestigio, una sua fisionomia e una sua caratterizzazione e una sua dignità di assoluta eccellenza nel quadro delle fondazioni culturali nazionali.
Si voleva che diventasse la sede di una Consulta dove partecipassero  guardate qual è l'invasione della politica la rappresentanza della Fenice di Venezia, la rappresentanza della Triennale di Milano e della Quadriennale di Roma, di Cinecittà holding e della Scuola nazionale di cinema. La finalità questa era ed è fino ad oggi. Non si vuole realizzare questo luogo di coordinamento? Bene, siamo pronti anche alla soppressione dell'organismo. Si può organizzare per esempio fuori dalla Biennale? Lo valuteremo. Rimane comunque l'esigenza di fondo: coordinare le attività delle principali istituzioni nazionali che svolgono attività culturali.
Su questo concludo, con l'auspicio che anche sugli altri temi, cioè la riforma del cinema e la legge Gasparri si possa arrivare quantomeno a un terreno di confronto democratico.

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