Nicola Bono - Sito Ufficiale

10/01/2014

BONO: NEANCHE CON IL LEZIOSO RICORSO AL TITOLO INGLESE RENZI RIUSCIRÀ A RENDERE CREDIBILE IL SUO STRAMPALATO PIANO PER IL LAVORO.

Sferzante analisi dell'On. Bono che smaschera la demagogia del Renzi-pensiero.

L'idea che un leader politico italiano chiami una riforma legislativa così importante con un titolo inglese lascia stupefatti. A meno che non sia una furbizia per mascherare come un fatto nuovo e inedito, una pletora di ipotesi strampalate e prive di copertura finanziaria che, se intitolate in italiano, sarebbero apparse fortemente simili ad altrettante decine di piani per il lavoro, proposti dai passati governi di ogni colore e stagione politica, tutti accomunati da un unico triste risultato e cioè il totale fallimento nel saper creare una maggiore occupazione stabile e duratura. Anche questo di Renzi sembra un piano destinato a ripetere le medesime perniciose performance del passato. Basta un'occhiata un po' più da vicino per capire che è un piano in stile Renzi e cioè carico di slogan di ciò che servirebbe e vuoto totalmente su come farlo. Anche la presunta approvazione dell'Europa appare una bufala, laddove si registra un assenso di maniera e subito dopo la precisazione di attendere il dettaglio del piano, per esprimere il giudizio compiuto. Un elenco di azioni senza copertura finanziaria e la cui quantificazione, per alcune voci, appare già difficilissima, come l'ipotesi sacrosanta dell'abbattimento del cuneo fiscale il cui valore, per produrre effetti significativi, non può essere al di sotto dei 10 miliardi di euro, così come ci vorrebbero almeno 4 miliardi per la riduzione dei costi energetici delle imprese del 10%. Ed ancora l'assegno universale la cui erogazione a regime appare di proporzioni finanziarie assolutamente fuori portata, specie per un Paese che continua ad avere tassi di crescita del PIL da prefisso telefonico. E poi a cosa porterebbe di buono la riduzione del 10% del costo di energia ad un Paese costretto dalla demagogia antinucleare a pagare una bolletta energetica più alta del 30% rispetto a qualsiasi altro Paese industriale avanzato? Da qui l'osservazione che il declino italiano è la conseguenza di errori di politica economica di ben più ampia portata che non la semplice gestione del mercato del lavoro, che ne è comunque una importante concausa. Ecco perché la proposta di Renzi è strampalata e superficiale, perché non è una visione generale che investe tutti i settori bisognosi di intervento, ma solo alcuni e neanche connessi tra loro. Molte norme sono già in atto a prescindere e di per sè non creano alcun posto di lavoro, come la moltiplicazione delle attività dell'agenda digitale, l'abolizione del tempo indeterminato per i dirigenti pubblici, le semplificazioni e la trasparenza amministrative, il testo unico sul lavoro entro 8 mesi, l'obbligo di rendicontazione dei fondi pubblici per la formazione. Altre norme appaiono inquietanti e misteriose sulle reali ricadute occupazionali, come la cancellazione della iscrizione delle imprese alla Camera di commercio, la riduzione degli interventi del piano per il lavoro a solo sette settori, per poi scoprire che comprendono la quasi totalità delle attività produttive, o l'abolizione delle circa 40 forme contrattuali di flessibilità nelle assunzioni e l'adozione invece di un non meglio precisato contratto di inserimento a “tutele crescenti”. In altre parole in un Paese in cui le imprese non assumono perché c'è ancora un alto grado di rigidità, la proposta innovativa è di eliminare le forme contrattuali che avevano avviato il processo di flessibilità e invertire la marcia con un suicida ritorno al passato. Non a caso la Segretaria Generale della CGIL si è dichiarata “piacevolmente sorpresa”. Come è immaginabile abbia fortemente gradito l’ipotesi di inserimento nei CDA delle grandi società dei rappresentanti del Sindacato: una riforma che tutto potrà consentire fuorché, ovviamente, di creare nuovi posti di lavoro. Mentre una delle poche cose condivisibili della proposta, e cioè l'istituzione di una Agenzia Unica Federale che coordini i centri per l'impiego e la formazione, probabilmente avrebbe preliminarmente bisogno di un "ritocco" al titolo V della Costituzione. Insomma un “job act”certamente ripetitivo e velleitario, con la pretesa tutta renziana di affermare novità inesistenti e, soprattutto, ipotizzare scenari irrealistici. Una incresciosa perdita di tempo, che allontana l’adozione delle riforme che veramente occorrono al Paese e cioè le liberalizzazioni e la conseguente eliminazione delle nicchie di privilegio che i “poteri forti” hanno nel tempo imposto ed oggi difendono accanitamente, pur convinti che questo atteggiamento è la vera palla al piede dell’intero sistema economico nazionale.

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